Iris Touliatou e Jonatah Manno
Artissima Lido, Torino. 3-6 Novembre 2011.

All’interno della cornice di Artissima Lido, Brown Project Space presenta, nel suo formato classico, una doppia personale di un artista italiano e un artista straniero a confronto. Basando i propri racconti sulla relazione tra messa in scena architettonica e misticismo, Jonatah Manno e Iris Touliatou mostrano varie declinazioni di come una narrazione del magico può prendere forma. Entrambi si confronteranno con la rievocazione di elementi attinti dalla storia delle costruzioni umane e da mitologie passate e contemporanee, filtrandole attraverso la loro pratica dell’immaginazione.
La messa in scena è la costruzione di una determinata contingenza che utilizza parametri spaziali e temporali più o meno simili alla realtà. Se intendiamo con Magia l’interesse a cambiare il reale, controllandolo e componendolo attraverso l’immaginazione, inventare la realtà è ciò che unisce magia e narrazione, il magico alla messa in scena.
Il rituale è un atto, o un insieme di atti, eseguito secondo norme codificate per poter essere ripetibile. La messa in scena è il portare su un palco la realtà. È sinonimo di regia, teatrale o cinematografica, la quale è il risultato di più fattori: l’allestimento scenico, il copione, gli attori e il pubblico. Come le pratiche rituali anche questi elementi sono progettati per essere eseguiti secondo regole definite e replicabili. Le installazioni presentate creano infatti un rituale scenico, alla pari con le rappresentazioni teatrali e cinematografiche, ricercando un rapporto diretto con il pubblico, il cui ruolo di fruitore diventerà parte attiva e integrante di questo spettacolo. Lo spazio espositivo sarà quindi considerato come un vero e proprio palco dove il dialogo fra opera e spettatore potrà essere messo in scena.
Megalithomania!
La storiografo è colui che registra i fatti e gli avvenimenti delle società del passato, e l’interpretazione che ne danno gli storici. Il mitografo è colui che scrive racconti mitici, sviluppando un’opera di rilettura simile a quella utilizzata dall’agiografo per le biografie, agendo però su un piano mitologico e leggendario. Jonatah Manno si pone come moderno mitografo per analizzare l’avventura esistenziale dell’uomo, visto come soggetto storico nel suo equilibrio tra materialismo e coscienza spirituale. Per il suo intervento sul tema della narrazione del magico, Jonatah Manno sceglie come attori del proprio racconto i dolmen e i siti megalitici, visti come punto di unione tra scienza e magia, tra elemento architettonico ed elemento naturale. In contrasto con l’attuale stato dell’evoluzione tecnologica, i dolmen sono traccia di una pratica dimenticata dall’uomo durante il proprio percorso storico, e “un esempio della degradazione delle parole: via via che un’arte o una scienza viene perduta o dimenticata, il nome stesso con cui è indicata sarà male inteso, male applicato e infine dimenticato. Il vero significato del termine ‘Magia’ è conoscenza spirituale della sapienza, per contraddistinguerla dalla semplice filosofia speculativa o dalle cangianti opinioni della scienza. La magia è la massima di tutte le scienze, perché implica la conoscenza della natura visibile ed invisibile. Non è solo una scienza ma anche un’arte perché non si può imparare sui libri, ma deve essere acquistata con l’esperienza pratica.” Partendo da questa idea di magia filtrata dall’opera di Paracelso, Jonatah Manno, con un processo narrativo sintetizzato in tre fasi (un video, una scultura e un disegno), intende coinvolgere lo spettatore all’interno di questo rituale espositivo, dove opera, artista e pubblico dialogano e definiscono insieme il meccanismo semiotico dell’opera.
The Glass Houses.
L’intervento di Iris Touliatou, The Glass House: proposal for the materialization of three impossible scenes, nasce da due esperimenti architettonici mai completati: il progetto di Ludwig Mies van de Rohe per il grattacielo di vetro a Friedrichstraße (Berlino, 1921), e la successiva sceneggiatura di Sergei Eisenstein, Glass House (1926-1932). Il tema della trasparenza, derivato da Mies van der Rohe, aveva stimolato il regista russo a progettare un film dove la visuale della macchina da presa, dell’osservatore e il protagonista erano un unico personaggio capace di vedere attraverso le pareti di questa architettura di vetro. Attratta dall’idea di una architettura “che possa solo esistere attraverso un film, e allo stesso tempo che possa riflettere e contribuire al dibattito sull’architettura contemporanea,” Iris Touliatou ha concentrato la sua ricerca verso questi modelli architettonci, punto di partenza per analizzare le declinazioni ideologiche dell’utilizzo del vetro e della conseguente trasparenza in epoca modernista: l’utopia di una architettura di vetro, che avrebbe permesso di eliminare ogni barriera di proprietà, e di impedire che la verità sia nascosta. “Trasparenti e vuote, diventano un’esposizione di tutto e di niente, una vetrina all’interno di una vetrina.” Questo punto di partenza ha permesso all’artista di sviluppare il suo racconto in una prima fase attraverso una formalizzazione sculturea, rievocando le torri di vetro, con la serie The Medium is the Message, sia esponendo come scultura una pubblicazione, TotalReflexion. I titoli di entrambi gli interventi ci rimandano alla dimensione tautologica e fondante del Razionalismo architettonico, ed in seguito del Minimalismo, mentre il loro metodo compositivo invece trova una diretta comparazione nelle teorie del montaggio di Sergei Eisenstein.
L’applicazione del metodo del montaggio delle attrazioni (la comparazione dei fatti) nel cinema è ancora più accettabile di quanto non sia al teatro. Dovrei chiamare il cinema ‘l’arte del confronto’ perché mostra non i fatti, ma rappresentazioni (fotografiche) convenzionali […]. Il cinema ha bisogno di confronto (attraverso consecutive presentazioni separate) tra gli elementi che lo costituiscono. […] un effetto in cinema è costituito dalla giustapposizione e dall’accumulazione, nella psiche del pubblico, delle associazioni che a tale scopo il film richiede, associazioni suscitate dagli elementi separati di fatti messi in scena, associazioni che producono, anche se tangenzialmente, un simile (e spesso forte) effetto solo se preso nel suo insieme.
Per stimolare l’immaginazione dello spettatore l’artista raccoglie all’interno dei due interventi una serie di riflessioni formali e d’archivio sul tema del vetro, in riferimento al dibattito modernista sull’architettura, mostrando il contrasto vigente in epoca modernista fra il funzionalismo di matrice Bauhaus e il misticismo di natura espressionista. Questo scontro di ideologie è evidente nello sviluppo della sceneggiatura cinematografica scritta dall’artista e contenuta nella pubblicazione Total Reflexion, dove protagonista sarà The Round Glass Secret Society. Ispirata ai circoli architettonici come Der Ring o The Glass Chain, questa finta società segreta, composta dai più importanti architetti razionalisti e puristi degli anni venti come Bruno Taut e Le Corbusier, cercherà di scoprire il futuro dell’architettura tramite una seduta spiritica. Di nuovo il contrasto di ideologie che il vetro racchiudeva, ritornerà attraverso il confronto tra gli architetti della società segreta e la figura di Mies van der Rohe, simbolo della funzionalità e del futuro dell’architettura. Questo scritto sarà la condizione di partenza per sviluppare la performance ACT III. On the inconclusive act of hammering a nail into a glass wall, nuovo atto degli interventi che l’artista ha realizzato intorno al tema della Glass House. Questa terza parte ci riporta al punto di partenza, al progetto di S. Eisenstein, portando in scena sotto forma di performance le prove di un film mai girato, e identificando la figura del narratore con quella della macchina da presa. In questa nuova fase la performance trasformerà gli interventi scultorei in oggetti di scena per creare uno scenario dove l’attrazione potrà essere inscenata, per “rivelare le meccaniche del dietro le quinte, creare un continuo su e giù dal palco, un continuo scambio tra soggetto e oggetto, tra pubblico e attori, tra certezza ed illusione.”
Davide Daninos.

Learning to narrate the magical
Iris Touliatou and Jonatah Manno.
Artissima Lido, Turin. November 3-6 2011.
Within the framework of Artissima Lido, Brown Project Space presents two solo shows in its usual format; an Italian artist in dialogue with a non Italian artist. Creating narratives and a common language based on associations between architectural mise en scène and mysticism, Iris Touliatou and Jonatah Manno propose two differing points of view on the construct of illusions. The artists re-enact elements and artifacts, issued from past and present mythology and the history of human and social construction filtering them through a practice of imagination, associations and metaphors.
A Mise en scène is the articulation of a fictional backdrop that uses spatial and temporal parameters quasi-similar to reality. If one interprets Magic as the desire to modify the real by composing and directing it through imagination, then this interpretation of reality is what unifies magic and narration.
Ritual is an act, or a series of acts, performed and repeated in a prescribed order. Mise en scène is the staging of reality. It’s a synonym for directing in theater or in film, which consist of several elements: stage sets, script, actors and audience. Almost as a rite, these elements are acted out in a repetitive ceremonial manner. The installation presented by Brown Project Space in Artissima will include film and theatrical performance, aiming to create a ritual practice in direct relationship with the audience who become an active part of the show. The exhibition space creates thus a stage to set a dialogue between the viewer and the works of art.
Megalithomania!
The historiographer is someone who records facts and events of past societies, and the interpretations which are given by historians. The mythographer is someone who writes mythical stories, developing a work of reinterpretation close to the one used by hagiographers for biographies, though acting on a mythical and legendary basis. Jonatah Manno stands as a modern mythographer to analyze the existential adventure of the human being, seen as a historical subject in its balance between materialism and spiritual consciousness. For his intervention on the theme of narrating the magical, Jonatah Manno chooses the dolmens and stone circles as players of his own tale, and seen as a point of union between science and magic, among architectural elements and the natural element. In contrast with the current state of technological progress, the dolmens are traces of a practice forgotten by man during his historic path, and “an example of the degradation of the words: as an art or a science is lost or forgotten the name with which it has indicated will be misunderstood, misapplied and eventually forgotten. The true meaning of the word ‘Magic’ is the spiritual knowledge of wisdom, to differentiate it from mere speculative philosophy or changing views of science. Magic is the highest of all sciences, because it involves the knowledge of the visible and invisible nature. It is not only a science but an art as well because it can not be learned from books, but it must be purchased with practical experience.” Starting from this idea of magical filtered by the work of Paracelsus, Jonatah Manno, through a narration synthesized in three phases (a video, a sculpture and a drawing), will try to engage the viewer in this exhibition ritual, where the artwork, the artist and public can dialogue, and together determine the semiotic mechanism of the installation.
The Glass House.
The project of Iris Touliatou, The Glass House: proposal for the materialization of three impossible scenes, is the synthesis of two architectural experiments: the unrealized project of Ludwig Mies van de Rohe’s glass skyscraper for Friedrichstraße (Berlin, 1921), and the subsequent incomplete script Glass House (1926-1932) by Sergei Eisenstein. The topic of transparency, risen from Mies van de Rohe, had changelled the Russian director to plan a movie where the view of the camera and the observer were the main character, able to see through the walls of this glass architecture. Attracted by the idea of an architecture“that would exist only through film, whilst reflecting and contributing to contemporary architectural debates,” Iris Touliatou has focused her research into the various ideological declinations of the employement of glass and the resulting transparency in the Modernist age: the utopia of a glass architecture, which would allow the elimination of any barrier of property and to prevent the concealment of truth. “Transparent and empty, they become a display of all and of nothing, a vitrine inside a vitrine.” This starting point allowed the artist to develop her tale in a first phase through a sculptural formalization, that re-enacts the glass towers, with the series The Medium is the Message, either exposing a publication as sculpture, with Total Reflexion. The titles of these pieces remind us the founding and tautological dimension of the architectural Rationalism, and later of Minimalism, while their composing method is rather a direct comparison with the montage theories by Sergei Eisenstein.
The application of the method of the montage of attractions (the comparison of facts) to cinema is even more acceptable than it is to theater. I should call cinema ‘the art of comparison’ because it shows not facts but conventional (photographic) representations […]. Cinema needs comparison (by means of consecutive, separate presentation) between the elements which constitute it. […] an effect in cinema is made up of the juxtaposition and accumulation, in the audience’s psyche, of associations that the film’s purpose requires, associations aroused by separate elements of the staged fact, associations that produce, albeit tangentially, a similar (and often stronger) effect only when taken as a whole.
To stimulate the imagination of the viewer, the artist collects within the two interventions a series of formal and archival reflections on the glass issue, with references to the modernist debate on the future of Architecture, showing the existing contrast in the modernist era between the Bauhaus functionalism and the expressionist mysticism. This clash of ideologies is evident in the development of the original screenplay, written by the artist and contained in the publication Total Reflexion, starring The Round Glass Secret Society. Inspired by the architectural circles as Der Ring or The Glass Chain, and composed of the most important rationalist and purists architects from the twenties, this illusory secret society will try to discover the future of architecture through a seance. Again, the contrast of ideologies, enclosed into the glass, returns through the comparison of the architects of the secret society and Mies van der Rohe, the symbol of the functionality and architecture of the future. This screenplay will be the initial condition to develop the performance ACT III. On the inconclusive act of hammering a nail into a glass wall, new piece created by the artist around the Glass House. This third part brings us back to the starting point, to the project of S.Eisenstein, bringing on stage as performance the rehearsals of a movie that was never made, and identifying the figure of the narrator with the camera. In this new phase the performance will change the sculptural interventions into props to create a scenario where the attraction will be staged in order to “reveal backstage mechanics, create a continuous on-and-off stage, an exchange of subject and object, audience and actors, certainty and illusion.”
Davide Daninos.