Iris Touliatou ACT III. On the inconclusive act of hammering a nail into a glass wall, 2011.
Performance. Foto: Teresa Aleman.
Con la partecipazione di Danilo Ottaviani, Matteo Prosperi, Alice Spisa, Rocco Rizzo, Sara Ibrahim, Jacopo Squizzato, Giacomo Troianiello, Alba Porto, Sabrina Fraternali, Giulia Marcassoli, Alessandro Borsello, Lorenza Sganzetta, Francesca Rindone, Federico Biffi e Francesca Mazzoni.
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Iris Touliatou ACT III. On the inconclusive act of hammering a nail into a glass wall, 2011.
OCR (Original cast recording) 13’54”.
Documentazione audio della Performance.
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Jonatah Manno And as you light the incense stick I pray that your fingers may burn, 2011.
Video FullHD, 11 min. Veduta dell’installazione. Foto: Teresa Aleman.
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Jonatah Manno And as you light the incense stick I pray that your fingers may burn, 2011.
Frame da Video FullHD.
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Jonatah Manno Megalithomania!, 2010.
Plastica trovata sulla spiaggia e fusa, 50x50x60 cm. Foto: Andrea Rossetti.
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Jonatah Manno Megalithomania!, 2010.
Plastica trovata sulla spiaggia e fusa, 50x50x60 cm. Foto: Andrea Rossetti.
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Emiliano Maggi (Estasy)
Argenti Dominus Vulpes
19 Giugno 2011

La Pratica dell’Immaginazione
In occasione della chiusura della mostra Fà un po’ freddo ma non preoccuparti all’interno di Brown Project Space, l’intervento scultoreo di Fabrizio Prevedello svilupperà il suo percorso ospitando e confrontandosi con l’immaginario di Emiliano Maggi. Nello spazio cavo della scultura, nel nucleo protetto, Emiliano infatti metterà in scena la sua performance Argenti Dominus Vulpes.
Considerando il rituale un atto, o un insieme di atti, eseguito secondo norme codificate per poter essere ripetibile, il rito è proprio l’elemento che accomuna entrambi i lavori e le rispettive pratiche artistiche dei loro creatori.
Emiliano Maggi nella sua performance ci mostrerà l’aspetto del rito legato alla trasmissione orale, il codificare cioè il sapere in un racconto, in una favola, per poterlo poi condividere, come nel teatro popolare, attraverso suoni, canti, costumi e coreografia. Tutti questi elementi che andranno a comporre la rappresentazione nascono dal mondo naturale e soprattutto dal mondo animale, scelti per narrare una fiaba sul corteggiamento amoroso e la lotta di due animali, e per mostrare il lato istintivo, naturale e puro dell’essere umano. Emiliano cercherà quindi di mantenere in vita un folklore, una storia antica ed una pratica recitativa vicina a quella degli sciamani, che, attraverso il mascheramento, sono alla ricerca di una possessione finalizzata alla narrazione.
Fabrizio Prevedello invece nella sua scultura ha ritualizzato lo sforzo fisico e mentale che lo accompagna sempre nella sua tecnica artistica. Sforzo che nasce sia dal lavoro dello scultore nel misurarsi con la materia, sia dalla sfida derivata dall’accostarsi all’elemento naturale, sia dallo scegliere spesso la montagna o come luogo o come soggetto dei suoi lavori. Questo impegno derivato dal suo processo creativo è quindi condiviso e richiesto anche a chi volesse visitare la sua scultura. Per accedervi infatti bisogna superare un arco d’ingresso composto in lastre grezze d’ardesia, scure e taglienti, che si trova posizionato al di sopra di uno scalino sovradimensionato. Quindi anche il fruitore deve compiere un sacrificio rituale per entrare e successivamente oltrepassare un cammino iniziatico per poter esperire a pieno il lavoro.
L’opera di Fabrizio, nata con appunto il desiderio di creare uno spazio riparato, un rifugio, diverrà quindi un vero e proprio teatro per uno spettacolo fruibile da un numero limitato di persone. Essendosi sviluppata come un prototipo non finito di bivacco, ospitare è sempre stato il suo obiettivo principale. Per vedere e fruire la scultura bisogna infatti entrare al suo interno, dove lo spettatore può effettivamente esperire l’opera attraverso un cammino suddiviso in più tappe: l’ingresso, la scoperta del nucleo e dei successivi indizi che Fabrizio ha lasciato sotto forma di oggetti, ed infine lo sviluppare le incognite nate da questi appunti in relazione agli altri elementi che compongono tutta la struttura.
Perciò necessariamente la scultura accoglie lo spettatore al suo interno, lo protegge e gli permette di immaginare. La fruizione diventa quindi attiva, lo spettatore diventa parte della struttura e protagonista di una propria rappresentazione interiore.
Con l’intervento di Emiliano Maggi questo percorso dello spettatore, sia fisico che immaginativo, ha la possibilità di svilupparsi ulteriormente: dopo essere diventato attore di questo spettacolo scultoreo, il fruitore ha ora la possibilità di compiere un ulteriore passo; andare avanti, superare le pareti invisibili della struttura e ridiscendere dal palco per tornare ad essere nuovamente spettatore sia di questa messa in scena scultorea vista ora nella sua interezza, sia del nuovo spettacolo che sta per incominciare.
Viene lasciato lo spazio al lavoro performativo di Emiliano, che potrà così inserirsi nel paesaggio non finito creato da Fabrizio, cercando di dare maggiori stimoli evocativi agli spettatori per aiutarli ad immaginare. Anche lui cercherà di completare le incognite lasciate in sospeso costruendo attraverso il suo immaginario, il suo racconto e la sua musica le parti non finite della scultura. Riempirà le pareti di immagini e trasformerà il piano rialzato della struttura in un vero e proprio altare dove poter compiere il proprio rituale condiviso.
All’interno quindi di quel luogo creato per dare appunto spazio “ai nostri pensieri e rituali, ” come lo ha definito Fabrizio, Emiliano avrà la possibilità di dimostrarci come sia importante mantenere in vita la pratica dell’immaginazione.
Davide Daninos
english version after the jump
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Emiliano Maggi (Estasy). Foto Jacopo Menzani.
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Emiliano Maggi (Estasy). Foto Jacopo Menzani.
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Emiliano Maggi (Estasy). Foto Bea de Giacomo.
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Emiliano Maggi (Estasy). Foto Bea de Giacomo.
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Emiliano Maggi (Estasy). Foto Bea de Giacomo.
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Emiliano Maggi (Estasy). Foto Nuvola Ravera.
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Emiliano Maggi (Estasy). Foto Nuvola Ravera.
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Emiliano Maggi (Estasy). Foto: Nuvola Ravera.
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