progetto speciale in collaborazione con Malta Contemporary Art.
Giovedì 17 Novembre 2011.
Brown Project Space ospita l’ultima tappa dei workshop preparatori alla mostra The Land Seen From the Sea- La terra vista dal mare, che dal 4 Febbraio si terrà presso il Museo d’Arte Contemporanea di Villa Croce a Genova e che riunirà in un’ampia esposizione gli artisti delle micro aree e dei piccoli Stati d’Europa sulle tematiche della distanza, dell’isolamento e della relazione.
Dopo le tappe a San Marino (Little Constellation Library Archive) Lussemburgo (MUDAM e Casino Luxembourg Forum d’Art Contemporain) Reykjavik (NYLO Living Art Museum e la Galleria Nazionale Islandese), quest’ultimo appuntamento sarà sviluppato in collaborazione con Mark Mangion artista e curatore del progetto Malta Contemporary Art. L’occasione sarà quella di una discussione ed un confronto, a partire dal Progetto When in Rome, sviluppato lo scorso giugno assieme a Simon Starling presso la capitale maltese La Valletta, sulla capacità e la necessità curatoriale messa in campo dagli artisti in contesti d’emergenza culturale, come nel caso di Little Constellation a San Marino; Malta Contemporary Art a Malta; Brown Space Project a Milano: organizzazioni create direttamente da progetti, sviluppati e creati da artisti. In mostra verrà proiettato il video documentario del Progetto When in Rome, contestualmente al workshop. Verranno inoltre esposti, e resi disponibili al pubblico, gli esiti dei workshop e degli incontri già conclusi con la partecipazione di:
Kristína Aðalsteinsdóttir, Bergur Anderson, Indíana Auðunsdóttir, Sigtryggur Berg Sigmarsson, Hekla Dogg Jonsdottir, Baldvin Einarsson, Gudlaug Mia Ejthorsdottir, Kristijana Ros Gudjohnsen, Rakel Gunnarsdottir, Gudni Gunnarsson, Helena Hans, Viktor Petar Hannesson, Steinunn Hardardottir, Selma Hreggviðsdóttir, Bryndis Hroon Ragnarsdottir, Ingvar Högni Ragnarsson, Loji Höskuldsson, Katrín I Jonsdóttir Hjördísardóttir, Ragnhildur Jóhanns, Gunnar Jónsson, Þorvaldur Jónsson, Jóhanna Kristbjörg Sigurðardóttir, Gudri Lape, Sindri Leifsson, Tomas Lemarquis, Joseph Marzolla, Þórgunnur Oddsdóttir, Arna Óttarsdóttir, Helga Paleyg, Helgi Þónsson, Lukka Sigurdardottir, Ingibjörg, Sigurjónsdóttir, Bjarki Soldmundsson, Gudmundur Thoroddsen, Olof Thoroddsen, Bjork Viggosdottir, Laurent Friob, Claudia Passeri, Saskia Raux & Marc Scozzai, Doris Drescher, Justine Blau, Patrick Galbats, Carine and Elisabeth Krecké, Bruno Baltzer, Leonora Bisagno, Marco Godinho, Gast Bouschet & Nadine Hilbert, Armand Quetsch, Mike Lamy, Alireza Amirimoghaddam, Daniela Barulli, Clara Bastianelli, Martina Conti, Giovanni Giulianelli, Giovanni Lens Vincenzi, Maria Chiara Monaldi, Caterina Morganti, Fausta Morganti, Monica Moroni, Michela Pozzi, Sara Rossini, Valentina Toccaceli, Paolo Tognozzi, Marco Vincenzi.
Malta Contemporary Art Foundation, www.maltacontemporaryart.com é un’organizzazione culturale senza scopo di lucro, fondata nell’ottobre del 2008 dall’artista maltese Mark Mangion. MCA è il primo spazio di Malta per l’Arte Contemporanea ed è stato istituito per creare una piattaforma di discussione per l’Arte Contemporanea a Malta. Una vetrina per gli artisti visivi emergenti e riconosciuti sul piano internazionale e locale attraverso un programma di mostre personali e collettive curate da curatori e professionisti del settore attraverso una serie di incontri e forum in campi affini.
Brown Project Space è il primo spazio progetti no-profit della scena indipendente milanese. Fondato il 18 febbraio 2008 da Valentina Suma, Luca Francesconi e Luigi Presicce (direttore unico del progetto dal primo Agosto 2010), Brown nasce dallo stimolo di creare un luogo dove gli artisti possano sviluppare progetti slegati dalle dinamiche commerciali delle gallerie, proponendo una strada parallela al sistema vigente e cercando nuove forme di approccio all’arte per un pubblico sempre più variegato.
Malta Contemporary Art e Brown Project Space sono parte del network di Little Constellation. Little Constellation è una rete internazionale per l’arte contemporanea con una particolare attenzione alla ricerca artistica nei piccoli Stati d’Europa, risultato di un processo di studio e lavoro sull’estetica relazionale, ideato e condotto dagli artisti curatori Rita Canarezza & Pier Paolo Coro con l’apporto critico di Roberto Daolio ed Alessandro Castiglioni. Il network www.littleconstellation.org dopo 8 anni di lavoro, di studio e ricerca, incontri, laboratori ed esposizioni (la prima grande esposizione è stata fatta a Fabbrica del Vapore/Careof a Milano il 9 marzo dello scorso anno) è oggi il primo network attivo e vivace tra gli artisti e le istituzioni di: Andorra, Cipro, Islanda, Liechtenstein, Lussemburgo, Malta, Monaco, Montenegro, San Marino, e in alcune micro realtà geoculturali dell’area Europea tra cui: Canton Ticino (CH), Ceuta (E), Gibilterra (UK), Kaliningrad (Rus). Ha sede nella Repubblica di San Marino presso la Biblioteca Archivio di Little Constellation, Arte Contemporanea nei piccoli Stati d’Europa c/o NUA nuove arti e ricerche d’Arte Contemporanea ed è in collaborazione e sostenuto fin dall’inizio dalle principali Istituzioni Culturali per l’Arte e la Cultura Contemporanea della Repubblica di San Marino e dei piccoli Stati d’Europa.
Sotto l’Alto Patrocinio ed il sostegno degli Eccellentissimi Capitani Reggenti della Repubblica di San Marino, della Segreteria di Stato per gli Affari Esteri e Politici, Comunicazione e Trasporti; della Segreteria di Stato per la Pubblica Istruzione e Cultura, Università e Politiche Giovanili; della Segreteria di Stato per lo Sport e il Turismo, l’indispensabile collaborazione al progetto dell’Ufficio Attività Sociali e Culturali e il prezioso e indispensabile apporto della Fondazione San Marino - Cassa di Risparmio di San Marino SUMS e dell’Ente Cassa di Faetano - Fondazione della Banca di San Marino, main sponsors.
All’interno della cornice di Artissima Lido, Brown Project Space presenta, nel suo formato classico, una doppia personale di un artista italiano e un artista straniero a confronto. Basando i propri racconti sulla relazione tra messa in scena architettonica e misticismo, Jonatah Manno e Iris Touliatou mostrano varie declinazioni di come una narrazione del magico può prendere forma. Entrambi si confronteranno con la rievocazione di elementi attinti dalla storia delle costruzioni umane e da mitologie passate e contemporanee, filtrandole attraverso la loro pratica dell’immaginazione.
La messa in scena è la costruzione di una determinata contingenza che utilizza parametri spaziali e temporali più o meno simili alla realtà. Se intendiamo con Magia l’interesse a cambiare il reale, controllandolo e componendolo attraverso l’immaginazione, inventare la realtà è ciò che unisce magia e narrazione, il magico alla messa in scena.
Il rituale è un atto, o un insieme di atti, eseguito secondo norme codificate per poter essere ripetibile. La messa in scena è il portare su un palco la realtà. È sinonimo di regia, teatrale o cinematografica, la quale è il risultato di più fattori: l’allestimento scenico, il copione, gli attori e il pubblico. Come le pratiche rituali anche questi elementi sono progettati per essere eseguiti secondo regole definite e replicabili. Le installazioni presentate creano infatti un rituale scenico, alla pari con le rappresentazioni teatrali e cinematografiche, ricercando un rapporto diretto con il pubblico, il cui ruolo di fruitore diventerà parte attiva e integrante di questo spettacolo. Lo spazio espositivo sarà quindi considerato come un vero e proprio palco dove il dialogo fra opera e spettatore potrà essere messo in scena.
Megalithomania!
La storiografo è colui che registra i fatti e gli avvenimenti delle società del passato, e l’interpretazione che ne danno gli storici. Il mitografo è colui che scrive racconti mitici, sviluppando un’opera di rilettura simile a quella utilizzata dall’agiografo per le biografie, agendo però su un piano mitologico e leggendario. Jonatah Manno si pone come moderno mitografo per analizzare l’avventura esistenziale dell’uomo, visto come soggetto storico nel suo equilibrio tra materialismo e coscienza spirituale. Per il suo intervento sul tema della narrazione del magico, Jonatah Manno sceglie come attori del proprio racconto i dolmen e i siti megalitici, visti come punto di unione tra scienza e magia, tra elemento architettonico ed elemento naturale. In contrasto con l’attuale stato dell’evoluzione tecnologica, i dolmen sono traccia di una pratica dimenticata dall’uomo durante il proprio percorso storico, e “un esempio della degradazione delle parole: via via che un’arte o una scienza viene perduta o dimenticata, il nome stesso con cui è indicata sarà male inteso, male applicato e infine dimenticato. Il vero significato del termine ‘Magia’ è conoscenza spirituale della sapienza, per contraddistinguerla dalla semplice filosofia speculativa o dalle cangianti opinioni della scienza. La magia è la massima di tutte le scienze, perché implica la conoscenza della natura visibile ed invisibile. Non è solo una scienza ma anche un’arte perché non si può imparare sui libri, ma deve essere acquistata con l’esperienza pratica.” Partendo da questa idea di magia filtrata dall’opera di Paracelso, Jonatah Manno, con un processo narrativo sintetizzato in tre fasi (un video, una scultura e un disegno), intende coinvolgere lo spettatore all’interno di questo rituale espositivo, dove opera, artista e pubblico dialogano e definiscono insieme il meccanismo semiotico dell’opera.
The Glass Houses.
L’intervento di Iris Touliatou, The Glass House: proposal for the materialization of three impossible scenes, nasce da due esperimenti architettonici mai completati: il progetto di Ludwig Mies van de Rohe per il grattacielo di vetro a Friedrichstraße (Berlino, 1921), e la successiva sceneggiatura di Sergei Eisenstein, Glass House (1926-1932). Il tema della trasparenza, derivato da Mies van der Rohe, aveva stimolato il regista russo a progettare un film dove la visuale della macchina da presa, dell’osservatore e il protagonista erano un unico personaggio capace di vedere attraverso le pareti di questa architettura di vetro. Attratta dall’idea di una architettura “che possa solo esistere attraverso un film, e allo stesso tempo che possa riflettere e contribuire al dibattito sull’architettura contemporanea,” Iris Touliatou ha concentrato la sua ricerca verso questi modelli architettonci, punto di partenza per analizzare le declinazioni ideologiche dell’utilizzo del vetro e della conseguente trasparenza in epoca modernista: l’utopia di una architettura di vetro, che avrebbe permesso di eliminare ogni barriera di proprietà, e di impedire che la verità sia nascosta. “Trasparenti e vuote, diventano un’esposizione di tutto e di niente, una vetrina all’interno di una vetrina.” Questo punto di partenza ha permesso all’artista di sviluppare il suo racconto in una prima fase attraverso una formalizzazione sculturea, rievocando le torri di vetro, con la serie The Medium is the Message, sia esponendo come scultura una pubblicazione, TotalReflexion. I titoli di entrambi gli interventi ci rimandano alla dimensione tautologica e fondante del Razionalismo architettonico, ed in seguito del Minimalismo, mentre il loro metodo compositivo invece trova una diretta comparazione nelle teorie del montaggio di Sergei Eisenstein.
L’applicazione del metodo del montaggio delle attrazioni (la comparazione dei fatti) nel cinema è ancora più accettabile di quanto non sia al teatro. Dovrei chiamare il cinema ‘l’arte del confronto’ perché mostra non i fatti, ma rappresentazioni (fotografiche) convenzionali […]. Il cinema ha bisogno di confronto (attraverso consecutive presentazioni separate) tra gli elementi che lo costituiscono. […] un effetto in cinema è costituito dalla giustapposizione e dall’accumulazione, nella psiche del pubblico, delle associazioni che a tale scopo il film richiede, associazioni suscitate dagli elementi separati di fatti messi in scena, associazioni che producono, anche se tangenzialmente, un simile (e spesso forte) effetto solo se preso nel suo insieme.
Per stimolare l’immaginazione dello spettatore l’artista raccoglie all’interno dei due interventi una serie di riflessioni formali e d’archivio sul tema del vetro, in riferimento al dibattito modernista sull’architettura, mostrando il contrasto vigente in epoca modernista fra il funzionalismo di matrice Bauhaus e il misticismo di natura espressionista. Questo scontro di ideologie è evidente nello sviluppo della sceneggiatura cinematografica scritta dall’artista e contenuta nella pubblicazione Total Reflexion, dove protagonista sarà The Round Glass Secret Society. Ispirata ai circoli architettonici come Der Ring o The Glass Chain, questa finta società segreta, composta dai più importanti architetti razionalisti e puristi degli anni venti come Bruno Taut e Le Corbusier, cercherà di scoprire il futuro dell’architettura tramite una seduta spiritica. Di nuovo il contrasto di ideologie che il vetro racchiudeva, ritornerà attraverso il confronto tra gli architetti della società segreta e la figura di Mies van der Rohe, simbolo della funzionalità e del futuro dell’architettura. Questo scritto sarà la condizione di partenza per sviluppare la performance ACT III. On the inconclusive act of hammering a nail into a glass wall, nuovo atto degli interventi che l’artista ha realizzato intorno al tema della Glass House. Questa terza parte ci riporta al punto di partenza, al progetto di S. Eisenstein, portando in scena sotto forma di performance le prove di un film mai girato, e identificando la figura del narratore con quella della macchina da presa. In questa nuova fase la performance trasformerà gli interventi scultorei in oggetti di scena per creare uno scenario dove l’attrazione potrà essere inscenata, per “rivelare le meccaniche del dietro le quinte, creare un continuo su e giù dal palco, un continuo scambio tra soggetto e oggetto, tra pubblico e attori, tra certezza ed illusione.”