L’uomo ridotto
Enrico Baj, Marco Boggio Sella, Fioravante Caputo, Andrea Contin, Monica Cuoghi, Giovanni De Francesco, Angelo Del Bon, Kyle Field, Giuliano Guatta, Keith Haring, Andrea Kvas, Ezechiele Leandro, Sig. LoRusso, Jonathan Meese, Luca Monterastelli, Fabian Negrin, Luigi Ontani, Antonio Serrapica, Ryan Siegan Smith, Daniel Silver
«Alla fine del XIX sec. gli europei avevano esplorato dei territori fino ad allora sconosciuti, quelle terre lontane non furono più solo fonti di oggetti impressionanti ma divennero interesse di studio. Nel 1882 si apriva a Parigi un museo di etnografia, una scienza nata da poco.
Nel 1893 si tenne a Madrid la prima mostra dedicata all’America centrale. Nel 1898 durante una spedizione nelle colonie africane gli Inglesi riscoprirono il Benin, già scoperto dai portoghesi nel XV sec. Se la prima esposizione d’arte “negra” si svolse nella capitale francese non prima del 1919 la maggior parte dei pittori s’interessavano ormai da diverso tempo all’arte africana. Il mercante D.Kahnweiler ricorda che, attorno al 1907, la maggior parte degli artisti parigini, fra cui Matisse, cominciano a collezionare sculture dell’Oceania e dell’Africa. Aggiunge che ” mi sembra che un po’ prima il pittore tedesco Schmidt-Rottluff avesse già accumulato svariati oggetti a riguardo”. Kirchner , a tal proposito dichiarò d’aver “scoperto” l’arte popolare nel 1904 appunto al “nuovo” Museo Etnografico. Maurice De Vlaminck ed i suoi amici André Salmon, Fracis Carco, Max Jacob vedevano anch’essi nell’arte africana una tappa decisiva del rinnovamento dell’arte occidentale.
In “Ritratti d’innanzi la morte” Vlaminck racconta come un giorno, di ritorno d’Argenteuil, scoprì per caso in un bar, fra le bottiglie di Pernod, alcune piccole statuette in legno e delle maschere portate dai figli del proprietario dopo un viaggio in Africa. Affascinato dagli oggetti, Derain persuase i suoi amici di comprarle. Verosimilmente fu poi lui a portarle nello studio di Matisse, il quale le ricevette un giorno mentre stava pranzando assieme a Picasso. Conosciamo la fine della storia raccontata da Max Jacob: l’indomani mattina vide Picasso nel proprio atelier curvo s’una pila di disegni che rappresentavano teste di donne dai lineamenti via via sempre più essenziali, primitivi, appunto».
(da L’art naif di N. Brodskaia – ed. Baseline Co ltd, Nguyen Hue, Vietnam, 2007).
Tradotto dal Francese
L’uomo ridotto è la definizione che Ezechiele Leandro (Lequile, 10 aprile 1905 – San Cesario di Lecce, 17 febbraio 1981) dava della propria arte. Nelle istanze del suo lavoro si era consumata la totale sovrapposizione fra esistere e fare. Nelle opere plastiche nate dall’impasto di terre, sabbie e cemento non c’è mai stata un’evoluzione di ciò che aveva visto fare nel Corno d’Africa ai tempi del periodo coloniale italiano, quanto piuttosto una riproduzione infinita dei limiti, o meglio, della parzialità dell’esistenza umana rispetto una persistenza cosmica.
Se esistono contadini senza terra, esistono anche nel sistema dell’arte entità non catalogate o punti di vista meno noti anche su ricerche conosciute: con questa mostra Brown Project Space desidera parlare di tutto questo. Entità autocefale alla cui base non è la spontaneità, ma una forma di confidenza con l’Assoluto.
Inaugurazione giovedì 18 marzo 2010, ore 19
19 marzo / 19 aprile 2010
Burial deep in surfaces
Burial deep in surfaces e’ una contraddizione in termini: una proposizione che per la logica confuta se’ stessa, identificandosi con il suo contrario. Questo -interramento profondo nelle superfici-, nella sua alogicità, puo’ essere letto come una dichiarazione di entropia - la misura del caos di un sistema fisico o piu’ in generale dell’universo - ponendo l’attenzione su quel processo mentale di astrazione necessario per spostare l’intervallo percettivo.
Questo spostamento e’ una pratica fondamentale nel lavoro di Martini. La percezione sensoriale viene deviata su un’altra curva; l’intervallo numerico rimane lo stesso, ma la scala muta. La materia si insinua nella materia stessa; l’alchimia diventa quindi una possibilità, uno strumento necessario e non sufficiente all’attuazione del rito.
Per l’artista e’ quindi necessario trovarsi all’interno degli attriti e degli interstizi della materia. Martini agisce meccanicamente sulle forze presenti all’interno della materia attraverso l’infiltrazione di massa sonora e la propagazione del calore - indotto da alcune resistenze ad infrarossi che colpiscono le strutture in alcuni punti precisi; un materiale ciclico del carbonio si espande e fuoriesce dalla superficie nella quale e’ stato immesso, sublimandosi nello spazio fin dentro ai polmoni dello spettatore.
Il principio dell’entropia si estende ad una riflessione sul ruolo, -riconoscendo che il lavoro sussiste senza la presenza dell’artista, il quale ha d’altro canto tale forzatura come unica possibilità-.
Nicola Martini (Firenze, 1984). Lavora tra Marti e Berlino. Tra le mostre collettive recenti, Amare le persone destinate alle tue cose, Ex Arsenale Cavalli, a cura di C. Frosi e D. Perrone e presentata da Art at Work; Identità in dialogo, Waseda University, Tokyo; Abbiamo fatto bene ad uscire, SPaC, Buttrio.
Inaugurazione mercoledi’ 16 dicembre 2009, h 18.30