Brown Project Space per Milano Indipendente.
Spazio Corale c/o Arci Bellezza, Milano. 7 Maggio 2012.
L’occasione dell’incontro Milano Indipendente è stato per noi un nuovo momento di riflessione sulla reale necessità odierna di uno spazio progetto indipendente.
Non potendo partecipare fisicamente a tale incontro desideriamo quindi condividere le domande che ci sono sorte naturalmente durante tale discussione.
Quali sono state le cause e le carenze nel sistema che hanno stimolato la nascita e il fermento degli spazi progetto italiani?
Per ogni realtà indipendente italiana ovviamente le cause dietro la sua nascita sono molteplici, diverse a seconda delle proprie esigenze, come, per esempio, il confrontarsi con la chiusura di un sistema dell’arte, oppure con la sua assoluta mancanza a livello territoriale.
Brown Project Space è nato quattro anni fa a Milano, dalla forte necessità di creare un luogo dove i giovani artisti avrebbero potuto sviluppare un progetto importante, senza necessariamente doversi compromettere con il sistema delle gallerie. È stato il primo spazio progetto a Milano, e la sua nascita ha sottolineato la mancanza di tale pratica. È stata una piccola rivoluzione, simile al motto di quella francese. L’indipendenza dal sistema economico del mercato ha permesso infatti di costruire un sistema parallelo basato sulla libertà dell’opera, slegata dal suo contenitore, a favore del suo contenuto, e dal suo obiettivo commerciale; sull’uguaglianza, nei rapporti di dipendenza tra progetto curatoriale e artista; e fratellanza, nel rapporto umano che si è creato tra artisti e pubblico.
Quali sono le nuove carenze odierne verso cui indirizzare le nostre energie?
Molte cose sono cambiate rispetto a quattro anni fa. Ora che gli spazi progetto sono diventati una realtà è bene che le istituzioni, i musei e le gallerie italiane si diano la possibilità di studiare tale pratica, segno di una forte necessità condivisa. Il fenomeno di Artissima Lido e delle interviste del progetto ‘La Kunsthalle più bella del mondo’, della Fondazione Antonio Ratti, sono un primo esempio di questo interesse. Ma tale processo non si deve fermare.
In America e nel resto dell’Europa è sempre più diffusa le possibilità date ai giovani artisti (di vent’anni) di realizzare progetti e personali all’interno di istituzioni, gallerie e musei. In Italia un artista italiano per arrivare all’interno di un museo deve aspettare almeno i quarant’anni. E di conseguenza la visione stessa del museo rimane ferma a quella della conservazione. Anche su questo piano le cose stanno cambiando, ma molto a rilento. Mentre scriviamo queste righe siano infatti all’interno del nostro studio di residenza al Macro di Roma, che rappresenta il primo esempio italiano di museo come centro reale di produzione. Ma tutto ciò ovviamente non basta.
Perché ci occupiamo oggi degli spazi indipendenti, quando sono già una realtà costituita, e quindi che già necessita di essere sovvertita?
Molti pensano che aprire uno spazio progetto sia ancora utile. Lo spazio progetto ha senso quando manca come pratica. Ma non basta cambiare le formule espositive per cambiare le cose. Non basta chiamarsi ‘indipendenti’ per poi fare la fila agli uffici della cultura, ricevere finanziamenti pubblici da investire nelle mostre degli amici.
Le cose si cambiano diventando una reale dimensione politica e culturale. La metodologia è politica. Bisogna diventare un unione di pensieri determinati a supplire le vere carenze della scena culturale.
Qual’è il fine di uno spazio progetto?
Il fine dovrebbe essere l’opera d’arte rivolta al pubblico di oggi. E per pubblico intendiamo tutti, non solo gli addetti ai lavori e i loro amici.
Di conseguenza bisogna essere capaci di cambiare e di evolversi: sviluppare la propria ricerca e la propria metodologia per non perdersi in quello ‘stile internazionale’, nato dalla proliferazione ingente di spazi progetto in tutto il mondo.
Qual’è il suo ruolo?
Uno dei ruoli degli spazi progetto è colmare la distanza tra pubblico e opera d’arte. Diventare una realtà di quartiere, cosa che una galleria o un’istituzione non può fare. In potenza può diventare un museo, una piccola realtà dove avvicinare quel pubblico che rimane per la natura elitaria dell’arte lontano dalla bellezza. Il fine di uno spazio oggi è quello dunque di riportare il pubblico più variegato possibile a tale bellezza, e permettergli di avere gli occhi per guardarla.
L’insegnamento del gusto sta alla volontà di chi dovrebbe insegnarlo. Bisogna perciò tutti rischiare di più. E con tutti intendiamo le istituzioni, i curatori, le gallerie, i collezionisti, gli ‘indipendenti’, il pubblico e ovviamente (perché questo dovrebbe essere naturale), gli artisti. Tutti.
Non Aver Paura di rischiare, di cambiare, e di continuare a farlo.
Davide Daninos e Luigi Presicce.













